Nápoles Erri De Luca, Montedidio (Edit. Feltrinelli, 2002) “Accompagno Rafaniello sul tetto ai lavatoi, per le scale saltella, non sa camminare. Si affaccia al parapetto, guarda a Sud e a Est. Apre il bianco degli occhi, spicca il cerchio del verde che fissa la rotta, presto ci salutiamo, gli chiedo i pensieri. È mezzogiorno di Natale, tutti stanno in casa, noi soli all’aperto e splende l’aria a mare. Dice così, affacciato, senza guardare me: “Da noi un proverbio dice: Questo è cielo e questa è terra per indicare due punti opposti. Qua sopra sono vicini”. Sicuro, don Rafaniè, da sopra Montedidio con un salto già state in cielo. “Ce ne vorranno diversi, molta spinta. Quando sogni di volare non porti peso, non devi convincere la forza a tenerti sollevato. Ma quando arrivano le ali e il corpo si deve fare pronto per salire l’aria, un salto come un coltello che deve strappare dal suolo con un taglio. Sono un calzolaio, un sàndler, si diceva nel mio paese. Aggiusto scarpe, m’intendo di piedi, capisco il loro appoggio, come fanno a tenere in equilibrio tutto un corpo alzato sopra di loro, capisco l’utilità dell’arco, la durezza del calcagno, la molla che sta nell’osso astragalo che accompagna i salti in lungo, in largo, in alto. Conosco i dolori del piede e la felicità di reggersi su ogni superficie, pure su una corda tesa. Una volta ho fatto un paio di scarpe in pelle di daino a un funambolo del circo. Qui a Napoli ho imparato che i piedi sanno navigare, ho aggiustato scarpe di marinai che devono pareggiare il pendolo del mare. I piedi mi hanno portato fino a questo Montedidio, loro mi hanno salvato. Da noi si dice che i piedi, non i denti, danno da mangiare al lupo. Ho pure una gobba che mi spinge verso il basso e allora uno così terrestre che ci fa in cielo a sbattere le ali sotto le stelle?” “All’uscita sono tutti contenti, pure
se sta piovendo e non si è pensato di portare ombrelli. Un anziano
ride ripensando alle risate, una donna dice: “Accussì adda
essere ‘o mbruoglio int’o lenzuolo, c’adda fá
spassá”. L’imbroglio nel lenzuolo è la pellicola,
il cinematografo. Lo chiamano così perchè la parola è
troppo strana, non riescono a dirla bene e si vergognano di incacagliare,
“cimetanocrafo”. ‘O mbruoglio int’o lenzuolo è più spiccio
e spiega bene che si tratta di un imbroglio steso sopra una tela. (...)” |